Visualizzazione post con etichetta Antiquariato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Antiquariato. Mostra tutti i post

lunedì 2 novembre 2015

L’Art Nouveau parigina e la Maison Bing


L’avvento del nuovo secolo, accompagnato da una spinta di forti cambiamenti sociali e di costume, porterà in tutta Europa e non solo una voglia di rinnovamento e novità che condizionerà profondamente le produzioni artistiche a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Lo stile che si imporrà dominante prenderà nomi e peculiarità differenti a seconda delle nazioni europee e anche oltreoceano, ma convergerà indiscutibilmente verso quella che oggi definiamo come l’Arte Nuova. Sotto il termine Art Nouveau sono quindi raggruppate molte variazioni stilistiche il cui scopo era comunque il medesimo: in ogni paese gli artisti cercarono di liberare il loro lavoro dai preconcetti e dalle restrizioni imposte dal passato, sradicando il significato stesso di arte elitaria e classista per gettar le basi di quello che oggi chiameremmo un concetto globale di Design internazionale. Non deve stupire, quindi, la variabilità di opere liberty che si produssero in questo periodo e che vollero spaziare negli ambiti più diversi; dalla realizzazione architettonica di interi quartieri cittadini, alle straordinarie costruzioni in ghisa delle stazioni della metropolitana parigina, passando per sinuosi arredi da salotto fino ad arrivare alla zuccheriera o al set di posate di uso quotidiano.  
Lo sviluppo dell’Art Nouveau in Francia e la Bottega Bing
Siegfried "Samuel" Bing (Amburgo, 1838 – Vaucresson, 1905) è stato un mercante d'arte e critico d'arte tedesco naturalizzato francese; fondatore della galleria d'arte e negozio L'Art Nouveau - La Maison Bing a Parigi, e della rivista Le Japon artistique, fu un punto di incontro per diversi artisti come Edvard Munch, Auguste Rodin, Henri de Toulouse-Lautrec, Georges-Pierre Seurat e molti altri. Fu la sua galleria ad ispirare il nome del movimento artistico legato alla Francia dell'epoca, chiamato, appunto, Art Nouveau. 
Nato ad Amburgo, in Germania, da una famiglia benestante, suo padre era decoratore industriale di ceramiche. Specializzatosi sull'arte giapponese, Bing studiò prima con suo padre e poi si trasferì a Parigi, nel 1854, per lavorare nella società del padre. Dopo la fine della Guerra Franco-Prussiana, fondò una società per il commercio di opere artistiche, importando principalmente dal Giappone. Durante l'Esposizione Universale del 1867, il padiglione di Bing, ricevette un premio speciale. Da quel momento, il mercante iniziò a farsi un nome all'interno non solo dell'ambiente commerciale ed espositivo, ma anche in quello artistico. Durante un viaggio negli Stati Uniti nel 1894, commissionatogli dal governo francese per studiare la situazione artistica americana, Bing incontrò Louis Comfort Tiffany, mastro vetraio, con il quale iniziò una collaborazione. Da lì, continuò il suo viaggio per tutta l'Europa, cercando ispirazione ed artisti per le sue mostre. Il risultato del viaggio fu la nascita, a Parigi, della galleria d'arte L'Art Nouveau - La Maison Bing, arredata da Herny Clemens Van De Velde che, nel dicembre del 1895 ospitò una mostra di diversi artisti europei. Bing partecipò nuovamente all'Esposizione Universale di Parigi, nel 1900, dove gli oggetti da lui presentati ebbero un grande successo di pubblico e di critica. Fu soprattutto in questa occasione che trionfarono i mobili e i complementi d’arredo di Guimard, Majorelle, Gaillard, De Feure e molti altri che si aggiungevano ai nomi di artisti fondamentali come Tiffany, Rodin, Mackintosh, Gallè e Lalique. Bing seppe quindi attrarre a Parigi le personalità più importanti dell’arte di tutto il mondo, permettendo alle arti applicate di raggiungere un grado di maturità e di diffusione notevolissime. Siegried Bing morì a Vaucresson, in Francia, nel 1905. Con il suo lavoro di diffusione dell'arte, Samuel Bing riuscì a creare il gusto di una società e di un periodo storico. Ispirò e influenzò la produzione artistica dei personaggi legati all'Art Nouveau e non solo. Amanti delle linee semplici e "minimaliste", Bing e gli artisti dell'Art Nouveau si legavano all'idea dell'"opera d'arte totale", proseguendo e realizzando le tesi anglosassoni dell’Art & Craft, in una produzione artistica che abbattesse l'idea di superiorità di un'arte rispetto ad un'altra e che fondesse in sé tutte le arti, anche quelle considerate comunemente "minori". La destinazione quotidiana degli oggetti artistici, il coabitare di diversi materiali e intenti, elementi presenti in queste opere, superavano la concezione comune di "artistico" e stravolgevano il senso intellettuale ed elitario dello stesso termine di arte. In questo senso, ogni oggetto, anche il più comune, si trasformò in opera d'arte ospitata nella quotidianità e nella familiarità delle case divenute, in qualche modo, gallerie d'arte.
  Maison Bing  

Bibliografia
Liberty Art Nouveau - Giunti Editore - Lara Vinca Masini Il mobile del Novecento - De Agostini - Ornella Selvafolta Wikipedia.org


giovedì 22 ottobre 2015

Una specchiera da camino torinese



Che uno tra i pionieri dello stile rocaille in Francia fu un disegnatore e architetto di chiare origini piemontesi, forse non è cosa universalmente nota. Nominato da Luigi XV Dessinateur de la chambre et du cabinet du roi nel 1726 e autore del celeberrimo Livre d’ornament pubblicato nel 1734, Juste-Auréle Meissonier era di fatto nato a Torino, nel 1695. Cosa interessante se si pensa che di tutti gli Stati che frammentavano la nostra penisola nel XVIII secolo, nessuno si avvicinò tanto al gusto parigino del tempo quanto il Piemonte. Forse naturale conseguenza della continuità territoriale, quest’attitudine fu senz’altro incoraggiata dagli stretti legami dinastici che intercorsero tra le due famiglie regnanti e dall’influenza politica che Parigi esercitò sul Regno sabaudo a fasi alterne. Eppure, l’ascendente e il fascino emanato dalla Grandeur d’oltralpe non fu tale da offuscare l’orgoglio di una dinastia da sempre impegnata nell’ambizioso progetto di ampliare i confini dei propri possedimenti, con la ferrea intenzione di mantenere una salda autonomia. L’esito dell’assedio di Torino del 1706 da parte dei Francesi, ne è un sapido esempio: la città resistette coraggiosamente per centodiciassette giorni, fino a che Vittorio Amedeo II ed Eugenio di Savoia non giunsero finalmente in soccorso alla popolazione stremata, costringendo alla ritirata l’esercito di Luigi XIV. Trentamila uomini ebbero la meglio contro quarantasette mila. Questo episodio la dice lunga sul rapporto di fiera indipendenza che seppe dirottare l’ammirazione e il desiderio di emulazione in una direzione del tutto autonoma, delineando uno stile proprio, fedele alla propria identità.
Se un intelletto illuminato, per di più francese come il De Brosses, arrivò a definirla “la più bella città d’Italia e forse d’Europa” si può solo riconoscere che Vittorio Amedeo II, fresco del titolo di Re di Sicilia, fu assai lungimirante nel chiamare a Torino l’architetto messinese Filippo Juvarra e ad affidargli il compito di ammodernare la città per renderla degna di essere capitale di un Regno. E’ il 1714, Filippo Juvarra, allievo di Carlo Fontana, già noto presso varie corti europee in qualità di scenografo e progettista di apparati cerimoniali, possiede una tale versatilità e abilità nel manipolare lo spazio architettonico da ridefinire in breve tempo la prospettiva del capoluogo sabaudo. Ma la sua opera sarà fondamentale anche per lo sviluppo del décor cittadino: gli interni dei Palazzi, l’allestimento e la decorazione degli ambienti risentono della sua influenza, del resto non potrebbe essere altrimenti dal momento che egli stesso si occupa in prima persona degli appartamenti Reali ed esistono disegni di mobili di sua mano. I suoi modelli ispirano così i decoratori e i minusieri torinesi che riescono a dare nuova freschezza, rielaborandole, tipologie di arredo del tutto caratteristiche perché realizzate solo qui. Attribuito ad un anonimo intagliatore piemontese, appartenente con ogni probabilità alla cerchia dello Juvarra, e datato 1722 è il progetto per una caminiera oggi alla Fondazione Sella di Biella (Fig. 1 - Fondo F.Maggia, n. 564). L’annotazione sul foglio, redatta in una corsiva personale già tipicamente settecentesca, cita: “Guarnitura per fornello per il Gabinetto Grande di Sua Altezza reale verso levante”. Non è affatto difficile riconoscere in quel modello le realizzazioni che si possono ammirare ancora oggi, percorrendo alcune sale del Palazzo Reale e di Palazzo Madama. Del tutto prossimo al nostro disegno, seppur di esecuzione un po’ più tarda, ci pare infatti l’allestimento del Salotto delle Cameriste, a Palazzo Reale (Fig. 2), dove la specchiera da camino presenta quello stesso motivo a doppia lesena che si trova nel progetto del 1722 ed è allo stesso modo sovrastata da un’alta cornice ospitante un dipinto, in questo caso il ritratto di Maria Adelaide di Savoia, figlia di Vittorio Amedeo II, ad opera di Pierre Gobert. Anche se l’ornato e i volumi risultano più lievi che nello studio, la foggia è pressoché la stessa. L’intera decorazione della sala si colloca tra il 1730 e il 1740, anni in cui l’attività di rinnovamento degli appartamenti reali sotto la regia dell’architetto siciliano si fa più intensa ed interessante. Ma, dicevamo, si tratta di un tipo di mobilio peculiarmente torinese, e di fatto lo troviamo già eseguito nei primissimi anni del ‘700 per “l’appartamento nuovo” della Madama Reale Maria Giovanna di Savoia Nemours, madre di Vittorio Emanuele II (Fig. 3). Qui, certo, i robusti fregi laterali e la carnosa voluta del coronamento della cornice, abilmente intagliati da Michele Crotti, osservano ancora i dettami di un gusto pienamente barocco, ma l’impostazione d’insieme rimane identica. Anche qui una tela, incorniciata da ridondanti arabeschi intagliati, domina la specchiera: si tratta dell’immagine di Carlo Emanuele II, marito della sovrana, firmata da Lorenzo Dufour. Ma in una società come quella torinese, dove si trovava una tale comunità di rapporti tra ceti diversi quale non si trovava in nessun’altra città dell’epoca, questo specimen non poteva certo rimanere prerogativa esclusiva dei Palazzi Reali, così alla tavola 154 del catalogo Museo Civico di Torino edito nel 1963 a cura di Luigi Mallè, è riprodotta una caminiera del tutto simile come concezione agli esemplari aulici fin qui incontrati (Fig. 4), ma che verosimilmente doveva aver adornato il salone buono di una di quelle famiglie della nobiltà di origine borghese fortemente voluta da Vittorio Amedeo. Caminiera tavola 154 Museo Civico Torino 
particolare motivi ornamentaliLa specchiera disponibile su Anticonline: Collocabile al primo quarto del XVIII secolo, presenta una cornice riccamente intagliata con elementi decorativi ancora tardo seicenteschi. Probabilmente di simile provenienza, la specchiera che qui presentiamo s’impone come una perfetta e riuscita esecuzione del genere di arredo fin qui osservato. Di pregevole fattura e squisito intaglio, vi si ritrovano tutte le caratteristiche sino ad ora incontrate, pur non potendo evitare di scorgervi un che di inedito: le doppie lesene, che vanno a costituire i lati della cornice, sono accostate in un modo affatto insolito, offrendo un senso di tridimensionalità del tutto nuovo. Il motivo che le sormonta si scosta anch’esso dalla rigida formalità dei modelli precedenti (Fig. 5) e rammenta vagamente le decorazioni dal sapore bizzarro e fantasioso delle tavole di Jean Berain, il celebre disegnatore ed incisore di Luigi XIV ideatore di uno stile inconfondibile, emulato in tutta Europa. La cimasa, poi, ben più alta e articolata rispetto alle precedenti, è costituita da un fitto intreccio di fiori , foglie e agili svolazzi (Fig. 6) Ci troviamo di fronte ad una felice espressione della rocaille piemontese. Probabilmente riconducibile al terzo quarto del Settecento, questa importante caminiera, manifestazione di un archetipo acquisito, sintetizza felicemente elementi di sapore ancora Luigi XIV, seppur svaporati della loro rigidezza formale, e nuove fogge ed ornamentazioni già pienamente settecentesche, testimoniando come lo stile rococò a Torino si mantenne sempre contenuto entro precisi limiti e per quanto vicino alla Francia, fu distante dalle sue esuberanze. Bibliografia: DISEGNARE L’ORNATO, Interni piemontesi di Sei e Settecento, a cura di Giuseppe Dardanello, FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI TORINO, TORINO 2007 MOSTRA DEL BAROCCO PIEMONTESE, PALAZZO MADAMA – PALAZZO REALE – STUPINIGI, CATALOGO, Vittorio Viale, Volume III, TORINO 1963 PALAZZO MADAMA, Gli appartamenti delle Madame Reali di Savoia 1664 e 1724, Francesca Filippi, PROGETTO PALAZZO MADAMA, Quaderno 3, TORINO 2005 MUSEO CIVICO DI TORINO, Catalogo, Mobili e arredi lignei, Arazzi e bozzetti per arazzi, Luigi Mallé, TORINO 1972

mercoledì 14 ottobre 2015

Aesthetic Movement

Il movimento estetico, più tipicamente conosciuto a livello letterario, dal punto di vista delle arti applicate fu una sorta di particolare nicchia ascrivibile al più generale movimento delle Art And Craft inglesi. Vide la sua paternità nelle tesi e negli studi del saggista e scrittore inglese Walter Pater (1839-1894).
Studioso di Ruskin, cristallizzò nelle sue tesi il culto della bellezza, pur minato da un serpeggiante malessere che troverà nei suoi seguaci una più manifesta espressione, esaltandone un aspetto quasi religioso della vocazione estetica e giustificando il completo affrancamento del fatto artistico da qualsiasi impaccio o remore valoriale. Il movimento fu fondamentale in rappresentanza di una rottura completa con le idee che erano alla base della letteratura e della società vittoriana. La corrente artistico-letteraria ebbe una trasposizione anche nelle arti applicate, grazie soprattutto all’architetto gallese Owen Jones (1809-1874), e nella produzione di mobili in stile estetico che caratterizzò esclusivamente il XIX secolo. I tratti peculiari di tali produzioni di ebanisteria si ritrovano in mobili costruiti spesso in legno ebanizzato con lumeggiature e parti dorate, presentanti decori a sfondo naturalistico come fiori, uccelli, foglie di ginkgo e piume, anche intagliati, ed eventuali inserti in porcellana o in pannelli dipinti. In generale un impianto decorativo ed estetico simile allo stile letterario di riferimento, dove il tema della sensualità e della natura appare evidente. La produzione di tali mobili è stata presumibilmente circoscritta a pochi anni intorno alla fine dell’800, per poi pressoché sparire con il nuovo secolo.

Le opere disponibili su Anticonline:
- Credenza Ebanizzata con vani laterali a giorno decorati con fondo dorato e inciso. Presenta coppia di ante intagliate e di cassetti. Alzata con balconcino e specchio bisellato centrale e coppia di formelle dipinte con ninfe in contesto floreale su fondo dorato. Retta da gambe tornite raccordate da ripiano. Profili dorati. Interamente ebanizzata.
Credenza Ebanizzata Aesthetic Movement

- Credenza scantonata con alzatina, presenta vani a giorno e anta centrale con vetro bisellato e pannello ebanizzato, medaglione dipinto. Nell'alzata specchio e pannelli ebanizzati con formelle dipinte. Presenta colonnine ebanizzate, incisioni e decorazioni tipiche delle produzione Aesthetic Movement.

 Credenza Aesthetic Movement

lunedì 21 settembre 2015

Galileo Andrea Maria Chini (Firenze, 2 dicembre 1873 – Firenze, 23 agosto 1956) è stato un pittore, decoratore, restauratore e ceramista italiano, uno dei protagonisti dello stile Liberty.


Galileo Chini nacque a Firenze da Elio, sarto e suonatore dilettante di flicorno e da Aristea Bastiani. Dopo la morte del padre si iscrisse alla Scuola d'Arte di Santa Croce a Firenze, dove frequentò i corsi di decorazione. A Firenze nel 1896 fondò la manifattura "Arte della Ceramica" insieme a Giovanni Vannuzzi, Giovanni Montelatici e Vittorio Giunti. Nel 1897 arrivarono le prime commisioni di lavoro da parte del Comune di San Miniato (PI) per il restauro degli affreschi della Sala del Consiglio Comunale. Dall’anno successivo la sua attività di restauratore di affreschi fu richiesta in diverse chiese e cappelle della zona; laddove gli affreschi erano irrimediabilmente perduti, Galileo Chini non esitò a far rimuovere l'intonaco e a procedere successivamente a nuove decorazioni. Con i lavori in ceramica venne premiato alle esposizioni internazionali di Bruxelles, San Pietroburgo e St. Louis ma nel 1904 abbandonò la vecchia manifattura "Arte della ceramica" per divergenze con la direzione. Due anni dopo, insieme al cugino Chino fonda nel Mugello la "Fornaci di San Lorenzo" che realizzava ceramiche e vetrate ma anche arredamenti d'interni e progettazione di mobili in legno decorati da piastrelle, ceramiche e vetri. Fino al 1905 si impegnò in una serie di decorazioni e restauri nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Firenze, oltre che in una serie di affreschi presso l'Hotel Cavour (nella stessa Firenze) e presso il Grand Hotel La Pace a Montecatini. Nel 1907 espose alla Biennale di Venezia. Nel 1910 il Re del Siam, Rama V, dopo aver ammirato i suoi lavori alla Biennale di Venezia lo invitò a lavorare per la sua corte a Bangkok dove affrescò la sala del trono nel palazzo reale e realizzò una serie di ritratti ufficiali per la famiglia reale e i dignitari di corte. Rientrò dalla Thailandia nel 1913 riportando in Italia una serie di opere paesaggistiche e d'ambiente, che espose nel 1914 alla Mostra della Secessione Romana. Nel 1921 espose alla Prima Biennale Romana e nel 1924 ancora alla Biennale di Venezia. Tra il 1920 e il 1930 si dedicò alla cura delle decorazioni e agli affreschi di diversi Hotel e palazzi in Versilia e nel Mugello, ottenendo la cattedra di Decorazione pittorica alla Reale scuola di Architettura a Firenze. Morì il 23 agosto del 1956 nella sua casa-studio in via del Ghirlandaio 52, a Firenze. È sepolto nel cimitero monumentale dell'Antella.  

Galileo Chini e il Padiglione Italia
Nel 1909, per l'ottava Esposizione Internazionale d’Arte alla Biennale di Venezia, il primo segretario generale Antonio Fradeletto volle tentare un esperimento di decorazione murale, realizzata direttamente sulle pareti della cupola del salone d'ingresso del Padiglione Italia (ora Padiglione Centrale). L'esecuzione dell'opera viene affidata allo stesso Chini che decise di dividere la cupola in tre ordini decorativi. Nella fascia superiore realizzò motivi floreali e ornamentali, in quella inferiore rappresentazioni simboliche, tratte dallo scarabeo, al tempo suo “marchio” di riconoscimento, mentre nella parte centrale divisa in otto campi, raffigurò episodi dei periodi più illustri della civiltà e dell'arte (le opere, in un primo tempo coperte, furono riportate alla luce nel 1986). La stessa sala ospitò altre importanti opere di Chini negli anni ‘20. La Sala Chini costituisce il vestibolo del Padiglione Centrale, realizzato tra il 1895 e il 1899. Con il cambiamento del gusto e delle tendenze il ciclo pittorico fu nascosto da una nuova struttura di Giò Ponti, fino al suo ritrovamento, nel 1986, in pessimo stato conservativo. Nel 2005 il Comune di Venezia iniziò il restauro, interrotto per mancanza di fondi e ripreso dalla Biennale di Venezia che lo portò a compimento.  

Fregio decorativo con putti, nastri e ghirlande Opera appartenente alla decorazione pittorica per la sala “L' Arte del Sogno”, allestita all’ Esposizione Internazionale d'Arte del 1907, costituta da due pannelli collocati nella parte superiore delle pareti, intervallati da un vessillo dipinto.
Fregio decorativo con putti, nastri e ghirlande  
La glorificazione dell'aviatore Opera appartenente al ciclo decorativo dedicato alla "Glorificazione della Guerra e della Vittoria". I dipinti erano collocati in alto, lungo i due lati maggiori del Salone Centrale del Padiglione Italia, ospitante la mostra personale di Plinio Nomellini, all’ Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia del 1920.  

La glorificazione dell'ala Anch’essa realizzata per il ciclo dedicato alla "Glorificazione della Guerra e della Vittoria" con la stessa collocazione. Fu la prima edizione della mostra dopo l'interruzione dovuta al conflitto mondiale, che impedì la realizzazione delle Biennali del 1916 e del 1918.    

Le opere disponibili su Anticonline.it 
  Galielo Chini
Si tratta di una coppia di grandi pannelli decorativi dipinti a tempera su lastra cementizia, delle dimensioni di 149 cm di altezza e 122 cm di larghezza, che rappresentano putti alati inseriti in uno sfondo floreale dal cromatismo acceso. Il paragone fra i pannelli presentati e le opere veneziane della Biennale citate precedentemente, appare aderente in merito alle analogie espressive e di composizione pittorica, sia nel tema che nella plasticità realizzativa. La qualità termica e la tonalità sensitiva dei dipinti possono far supporre una medesima paternità artistica. Le posture plastiche e di espressione, che possiamo mettere a confronto nel dettaglio delle opere, ci appaiono affini fra loro, dando origine ad una omogeneità di tratto pittorico tale da farci presupporre la medesima mano esecutiva.




martedì 15 settembre 2015

Il successo della mostra Maggiolini al fuorisalone 2015


Più di 3000 visitatori, 5 giorni di apertura, 10 visite guidate al giorno, 60 pubblicazioni su stampa e web.  

Ecco qualche numero dell'evento “Maggiolini al Fuorisalone 2015”, tenutosi dal 14 al 19 aprile scorso presso la Galleria San Fedele di Milano.

La mostra, organizzata dalla Cooperativa Di Mano in Mano e curata da Giuseppe Beretti, è stata dedicata al maestro Giuseppe Maggiolini, ebanista e intarsiatore che, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, creò il primo brand del mobile di design a Milano, il “Mobile Maggiolini”.

Collocata all'interno del Fuorisalone 2015, la mostra ha riscosso un successo unico e un apprezzamento unanime da parte di tutti i visitatori, grazie all'elevato profilo culturale e la cura con cui è stata organizzata.

L'evento ha reso omaggio all'arte italiana e agli antichi mestieri dell’artigianato, come un inestimabile valore aggiunto per il futuro del mobile, ricostruendo, attraverso le opere e lo straordinario materiale grafico, il percorso della produzione firmata da Maggiolini.

I pregiati mobili sono stati ulteriormente valorizzati da un allestimento elegante e distinto, impreziosito dalla location del San Fedele, tanto da rendere i pezzi esposti vere e proprie opere d'arte.

Per tutta la durata della manifestazione sono state organizzate visite guidate ed è stato presentato il catalogo, edito da Inlimine edizioni, ancora in vendita

Ringraziamo tutti i partecipanti e ovviamente i nostri partners, che hanno reso la manifestazione un appuntamento irripetibile nell'ambito dell'antiquariato, in particolare  Fondazione Cologni - Mestieri d'arte, Corsi arte e Giuseppe Beretti.
Un ringraziamento anche agli sponsor per il loro prezioso contribuito: Wannenes, Ciaccio Broker, Shipping Team e Davvero.